La mia storia di latte.. e di resilienza

É Natale, il primo natale da mamma e sono sei mesi che allatto. Sono fiera di me.

La mia storia di latte inizia a giugno, ed è un susseguirsi di alti e bassi.

Giugno 2018. Non mi hanno ancora dimessa dall’ospedale e ho già entrambi i capezzoli tagliati. La montata lattea è arrivata in seconda giornata, di latte ne ho – fortunatamente – tantissimo e il seno mi fa proprio male.

  • Le consulenze in allattamento di Monica Bielli

A cinque giorni dal parto allattare è una tragedia. Del tipo che quando vedo che mio figlio si sta per svegliare inizio a piangere disperata perché non lo voglio allattare, mi fa troppo male.

Alla prima visita post dimissione scopro i proteggi capezzoli in silicone e, finalmente, mi godo una poppata non dolorosa, la prima.

Continuo ad allattare con il mio nuovo alleato siliconico, che pare andare a genio anche al mio bimbo, però le poppate diventano più lunghe… un po’ troppo.

Il motivo lo scopro pochi giorni dopo, quando mi ritrovo un bimbo tutto giallo.

I proteggi-capezzoli interferiscono con la suzione, rendendo più difficile – se non impossibile – per mio figlio, riuscire a saziarsi. Pur succhiando con molto impegno e a lungo, il mio cucciolo non riusciva a bere tutto il latte di cui aveva bisogno e si addormentava esausto e con il pancino semi vuoto. I livelli di bilirubina sono così saliti alle stelle e a 13 giorni passa il suo primo week-end fuori casa, all’ospedale infantile per la fototerapia.

Un bimbo con l’ittero è un bimbo sano. Il ricovero in TIN è solo un intoppo, ne sono cosciente. Però non è bello. Sono mamma da meno di due settimane e l’hanno ricoverato in TIN perché non ha preso abbastanza latte dal mio seno. Mi sento a pezzi.

Lui, per fortuna, è un bimbo super. Si riprende in frettissima, rientriamo a casa e nel giro di pochi giorni torniamo all’allattamento al seno esclusivo – rigorosamente senza interferenti a protezione dei capezzoli che, intanto, sono guariti.

Desidero allattare, ma mi sembra una cosa molto complessa. E infatti c’è ancora qualche ostacolo sulla mia strada.

Ho un seno troppo più grosso dell’altro. E mi fa proprio un gran male: possibile che le altre mamme che incontro ai corsi post partum, alle visite o in consultorio riescano ad indossare il reggiseno mentre io non riesco a indossare nulla che mi comprima il seno?

Non so ancora che esistono le consulenti IBCLC, come Monica, però inizio a convincermi di aver bisogno di aiuto se voglio continuare ad allattare. Quindi vado per tentativi e non sempre mi va bene.

A quanto pare ho un seno ingorgato. Succede, mi dicono.. soprattutto se si ha molto latte. L’ostetrica cui mi rivolgo, però, è la persona sbagliata. Mi dice di armarmi di pazienza, scaldare il seno e massaggiare. Lo faccio, ma non cambia niente. Anzi, ho sempre più male. Non è possibile che allattare sia così difficile e doloroso.

Alla fine, su consiglio di un’amica, vado in ospedale. Sono spaventata e stanca di stare male. Ho un bimbo bravissimo e dolce, ma sto male. Inizio un ciclo di antibiotici, ma purtroppo, non fanno nulla. Nel giro di un paio di giorni, il seno più grosso – che ormai è enorme – diventa tutto rosso. Torno in ospedale e, questa volta mi ricoverano per operarmi.

Sono mamma da 32 giorni e per la seconda volta mio figlio passa al latte artificiale. Al pronto soccorso, con un’ecografia, scopro che la ragione di tutto quel male è un ascesso.. un ascesso al seno, grosso come una palla da baseball.

Quando mi sveglio dall’anestesia il male è finalmente passato. L’operazione è stata breve e il seno

ha di nuovo una dimensione normale. É tutto impacchettato e c’è un drenaggio, necessario – mi dicono – per consentire alla ferita di spurgare l’eventuale pus che dovesse ancora formarsi.

Passo la notte in ospedale con il mio cucciolo e la mattina dopo mi dimettono.

Arrivata a casa inizia una nuova routine: allattamento misto con medicazione.

Il drenaggio e la posizione dell’incisione, proprio sul bordo dell’areola, non mi consentono di attaccare il bimbo al seno operato. Pertanto il mio piccolo guerriero poppa dalla tetta “sana” e poi prende un biberon. Una volta sfamato il pupo, devo svuotare il seno operato. Ci vuole una bella ora ogni volta, e all’inizio mi fa quasi impressione quella cannuccia di plastica che spunta da sopra l’areola. Finito di tirare il latte devo rifare la medicazione, poi – una volta impacchettato per bene il seno – posso finalmente tornare a dormire (se è notte) o riposare un po’ se è giorno. Dopo un’ora, però, è già tempo della poppata successiva e si ricomincia.

É stato a questo punto che ho iniziato a riflettere su cosa significasse per me allattare. Mi sono sorpresa nel rendermi conto che, nonostante tutti gli “intoppi”, il puerperio lacrimosissimo e il male patito, continuavo a sentire che allattare (meglio, continuare a provarci) era la cosa giusta da fare. Il buono sarebbe arrivato. E così è stato.

Ho scoperto che esistono professioniste che supportano le mamme che decidono di allattare e ho trovato il supporto necessario per riprovarci. Nel frattempo il seno è guarito e il latte è rimasto. Dopo 20 lunghi giorni ho potuto finalmente offrire il seno operato al mio bimbo, senza sentire male.

Finalmente va tutto bene.

Agosto 2018. Sono mamma da due mesi e, per la prima volta, esco a prendere un aperitivo senza preoccuparmi di dover tornare a casa per allattare. Me l’avevano detto che, ad un certo punto, attaccare il mio bimbo al seno sarebbe stata la cosa più naturale del mondo e – finalmente – quel momento è arrivato anche per me.

Da allora, la strada è stata in discesa. Sono felice. Felice di aver assecondato il mio istinto, felice di continuare ad allattare.

É grande il bagaglio che mi porto appresso assieme alla mia storia di latte. Ho imparato che si può continuare ad allattare con serenità dopo un ascesso. Che si può affrontare un periodo di allattamento misto e poi tornare ad allattare esclusivamente al seno. Che allattare al seno è un dono prezioso e un’esperienza bellissima e appagante.

Mio figlio ha solo pochi mesi e mi ha già insegnato tantissimo. Mi ha fatto scoprire lati di me che non conoscevo, ha svelato la mia resilienza. Sono felice di non essermi negata un’esperienza così speciale.

Allattare è davvero un gesto d’amore.

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